Jules Garage

Ansia e musica, dal sintomo alla cura: anni ’90 – ’10 solo andata

Ho provato a chiedermi: di cosa parla la musica dei nostri tempi? A chi canta, di cosa canta e a chi si rivolge. Mi sono marzullianamente data una risposta.

Viviamo l’era dell’ansia e questa è una certezza. La viviamo a tal punto che si è ormai insinuata da tempo nel tessuto connettivo della società e quindi anche nella moda e nelle tendenze. Seguono immagini esplicative.

fonte: instagram @chiarabiasi

fonte: instagram @maxboutiqueportici

La musica allora diventa essa stessa riflesso di un malessere, di uno stato d’animo o di una semplice moda. Quello che ho notato è che gli artisti di adesso, molto spesso, si sono lasciati influenzare da questo delirio ansiogeno collettivo dal fiato corto proponendo una musica che sembra essere la cura.

Mi spiego. Prendiamo ad esempio Lana Del Rey, se non sapete lascio che Bill Murray parli per me…

Dopo quasi due anni di silenzio il 18 febbraio 2017 sbuca fuori un nuovo singolo dal titolo semplice, chiaro, diretto “Love”. Lo scenario del videoclip è etereo e sognante, ha quel mood vintage tipico della Del Rey ma mostra scene di giovani che conquistano nuovi mondi, che viaggiano nello spazio, che si trovano di fronte a scenari cosmici da sogno. Apro una breve parentesi per sottolineare la lungimiranza o la fortuna per cui Lana Del Rey se ne esce fuori con queste ambientazioni “spaziali” e qualche giorno dopo vengono scoperti  sette nuovi pianeti nella Via Lattea ,solo coincidenze? Io non credo.

Il videoclip, così come l’andamento ritmico del brano, associato alla voce di Lana Del Rey così dolce, confortante, che ci sussurra all’orecchio “Don’t worry baby”, fa l’effetto di un calmante. Del Rey si rivolge a chi ha la sua età (lei è nata nell’85) o forse anche ad un pubblico più giovane, ci dice che sì, nel mondo c’è talmente tanta merda da farci uscire fuori di testa “it’s enough just to make you feel crazy, crazy, crazy”, ma continuiamo a vivere la nostra vita, vestiamoci bene anche senza dover andare in un posto in particolare e viviamo bene perché “doesn’t matter because it’s enough to be young and in love”. Ci dice tutto questo con ‘sto sorriso qui:

Chi conosce bene il personaggio Lana Del Rey e i suoi lavori precedenti sa bene quanto fosse difficile vederla così rilassata e sorridente, è chiaro che i tempi virano verso questa direzione.

Ma la Del Rey non è di certo l’unica ad aver preso questa piega ne abbiamo esempi in ogni dove anche nel mondo del rap, laddove l’interpretazione dello status di ansia è diversa ma presente, basti pensare a quanti testi citino lo Xanax (farmaco per antonomasia indicato per il trattamento degli attacchi di panico e per la cura dell’ansia).

Quando i One Direction hanno comunicato di voler sciogliere la band abbiamo assistito ad un eclatante caso di isteria di massa, ragazzine impazzite in piena crisi esistenziale si incazzavano, piangevano, urlavano e non sapevano più a chi dare la colpa di cotanto orrore. Adesso Harry Styles (uno dei One Direction), per la precisione lui:

È uscito con un nuovo singolo e con un nuovo album, il singolo è “Sign of Times” e il tenore delle parole è pressappoco questo “Just stop your crying it’s a sign of the times….Have the time of your life, breaking through the atmosphere and things are pretty good from here”.  Le ex directioners (giuro non me lo sto inventando, le fan dei One Direction erano proprio le “directioner”, per i ritardatari lascio il link di WikiHow in cui vi spiegano i 10 semplici mosse come essere una directioner DOC, http://www.wikihow.it/Essere-una-Directioner, all’interno trovate consigli del tipo “Pittura le unghie a tema One Direction” e “Mangia carote”) sentiranno che il brano parli proprio di loro e magari in parte è così. Harry Styles ha dichiarato in un’intervista a radio 105 che Sign of Times è il racconto di una madre, che sta per partorire, a cui comunicano che il figlio ce la farà ma lei no. Quindi secondo una mia interpretazione una madre che sussurra al figlio appena nato, tieni duro, respira a fondo, non piangere, è quello che spesso ci vorremmo sentire dire quando l’ansia generalizzata, quotidiana prende il sopravvento.

Il sempreverde Noel Gallagher, che ha una parola d’amore un po’ per tutti, dice del singolo di Harry Styles “Il mio gatto in dieci minuti poteva scriverla meglio”. A seguire uno scatto rubato del gatto di Gallagher.

Proprio di recente abbiamo assistito ad una delle più grandi pulizie di immagine pubblica e di cambiamento di rotta, quasi una conversione, una rivelazione sulla via di Damasco, con Miley Cyrus; una cosa che non accadeva dai tempi in cui Claudia Koll è passata dai film di Tinto Brass a festeggiare il suo 50esimo compleanno a San Pietro nel corso della canonizzazione di alcune suore, «Sono pentita, ma Dio mi ha riconciliata con il mio passato», dice di sé la Koll.

Ma tornando alla nostra conversione la Cyrus è passata da questa immagine qui:

A quest’altra qui:

Si dichiara pentita e un po’ imbarazzata di quel trascorso, dice “Non lo dimenticherò mai, sarò sempre quella ragazza nuda. Avrei dovuto pensare a quanto questa cosa mi avrebbe inseguito, per sempre”. Beh sì, avrebbe dovuto pensarci.

Per cui Lana Del Rey ci dice di non preoccuparci, Harry Styles di smetterla di piangere, andrà tutto bene, Miley Cyrus abbandona il mood da bad girl, si veste di bianco e si rilassa sul bagnasciuga con il suo compagno, gli Alt-J chiamano il loro ultimo album Relaxer (forse l’unico disco che ho apprezzato tra le ultime uscite, ne riparleremo), Dan Auerbach se ne esce con un singolo come Shine On Me che ha quel GeorgeHarrisonVibe rilassato e allegro, che a me sinceramente mette più ansia che altro, però certo sono punti di vista.

Il mondo lì fuori è veramente un casino ma la musica sembra dirci di stare tranquilli.

Un ultimo esempio fresco fresco d’uscita è dato dal singolo dei Coldplay “Hypnotised”. Non è il caso di aggiungere nient’altro vi lascio il link https://youtu.be/WXmTEyq5nXc e una foto tratta dal videoclip:

Vi dico solo: volo di aquile in slow motion, fondali marini, bollicine e la voce di Chris Martin.

Vorrei chiudere con una riflessione. Gli anni ’10, quelli che viviamo, sono permeati da un prorompente revival anni ’90, anni caratterizzati da una cultura musicale, ma anche cinematografica o televisiva oscura e sinistra. Ne sono esempi vividi il successo di X-Files, oppure ancora la serie cult Twin Peaks di Lynch, il grunge arrabbiato e disturbante dei Nirvana e la figura di Kurt Cobain stessa, il proliferare di giochi horror, Marylin Manson, oppure ancora i libri, una delle mie prime letture da piccola, in pieni anni ’90, è stata la collezione di Piccoli Brividi. Quindi probabilmente adesso il revival anni ’90 è interpretato in una chiave diversa.

Se gli anni ’90 sono stati il sintomo dell’ansia, del disturbante senso di panico e smarrimento, gli anni ’10 si propongono musicalmente (ovviamente parliamo solo di una parte del panorama musicale) come la cura. Come una volontà di non sguazzare più nelle proprie paure, ma di chiudere gli occhi e non pensarci. Il mondo lì fuori fa già abbastanza schifo che bisogno abbiamo di perpetrare l’ansia anche nella musica?


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