Osservatorio Beni Culturali

Concorsone Mibact da incubo: sbocco lavorativo per 2,6 persone su 100

29.310 lauree, media tra vecchio ordinamento, triennali e magistrali; oltre 20.000 titoli post lauream quali specializzazioni, dottorati e master; almeno 195.400 anni di impegno, dedizione, costanza e speranze; miliardi di ore incalcolabili con precisione dedicate allo studio e alle passioni. Questi i dati del saccheggio prodotto dall’ultimo concorso per i 500 posti da funzionario al Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo. Un’indegna razzia morale, se si pensa che a distanza di quasi dieci anni dall’ultimo concorso nazionale, siano stati convocati per quest’occasione 19.540 esperti dell’universo mondo del patrimonio culturale, ultra specializzati e “pluridecorati”, a fronte degli appena 500 posti messi a bando, che copriranno quindi il 2,6% della “domanda”.

Chi scrive è un archeologo poco più che trentenne, quindi alquanto nella “media”, calcolata su un percorso decennale: 3+2 della laurea, più due anni di specializzazione e tre di esperienza nella pubblica amministrazione. Numerose sono le motivazioni che mi hanno indotto a dedicare qualche parola all’argomento. Intanto volevo sfatare una riflessione degli ultimi tempi più volte letta nei vari gruppi social, espressa da numerosi colleghi: quella che ha visto la partecipazione “totale” degli esperti del patrimonio culturale al concorsone Mibact. Calcolando che su 19.540 convocati (cioè coloro che hanno fatto richiesta di partecipazione), i partecipanti sono stati 11.926, circa il 60% quindi. Quasi il 40% degli esperti (compreso chi scrive) ha scelto volutamente di non partecipare. Un 40% percento di “disertori” ai quali la beffa si palesava concretamente, appresi i dati dell’affluenza; vuoi per risparmiare i soldi di un “viaggio nell’ignoto”; vuoi perché disilluso. Quindi, miei cari colleghi e amici, vi stimo per la vostra pervicacia, ma non tutti hanno partecipato. E nessuna scelta è, ovviamente contestabile, visto che abbiamo perso tutti…con i migliori auguri a quei 500 fortunati e preparati che ce la faranno.

Johann Heinrich Fossil, L’incubo, 1781, olio su tela

Johann Heinrich Fossil, L’incubo, 1781, olio su tela

I dati emersi dall’esperienza di questo concorso sono sconcertanti. Si apprende, da una visione superficiale, che l’età media di una buona fetta dei partecipanti alla prova preselettiva sia nata negli anni ’70, ma c’erano anche numerosi over ’50. In perfetta media Mibact, esclamerà qualcuno. Questo dato mi fa supporre che la maggior parte dei partecipanti si occupi di altro, svolga un lavoro e poi ritagli tempo e denaro per conseguire ulteriori specializzazioni, o controproducenti incarichi professionali nell’ambito culturale. Come se qualche pagina in più di curriculum vitae facesse la differenza! La realtà è a mio avviso una sproporzione surreale, resa manifesta dalla spiccata specializzazione cui fa da contraltare un nozionismo sterile. Proprio quel nozionismo che serviva per affrontare la prova preselettiva. Ma come? Almeno sette anni di studio intenso e tre di esperienza lavorativa per poi essere giudicato da una sorta di quiz alla “Lascia o Raddoppia” o “Rischiatutto”? Davvero surreale.

La verità, che spesso si nega, è che non appena laureati (in materie culturali), o non appena specializzati, siamo già degli “esodati”. Questo è quello che dovrebbero scrivere alla pagina “sbocchi occupazionali” nei vademecum dei principali corsi di laurea in archeologia, storia dell’arte e così via.

Ma non tutto il male viene per nuocere. Da questo concorso è possibile estrapolare significativi dati statistici, utili in quell’eventualità che si cerchi una possibile soluzione per coloro che vogliano lavorare nel mondo della Cultura, o che stiano per iniziare il percorso di studi. I dati statistici sono lo specchio del “bel” Paese. Un paese che può dare la possibilità di sbocco occupazionale di ambito culturale ad appena 2,6 persone su 100. Partendo da questo dato, le possibili soluzioni potrebbero essere ben tre:

  • mantenere lo status quo, continuando a sfornare migliaia di persone con preparazione proporzionale all’illusione;
  • interrompere per almeno vent’anni specializzazioni e corsi di laurea di ambito culturale, favorendo lo “sfoltimento” degli attuali esperti, e cercando soluzioni lungimiranti;
  • creare i tanto sponsorizzati “policlinici” dei beni culturali, quattro o cinque sparsi in Italia, con un’impostazione ben precisa: formare non più di 50 esperti iper-specializzati l’anno (500 quindi nell’arco di dieci anni), con un possibile percorso dalla triennale alla specializzazione/dottorato, e una favorevole introduzione nel mondo del lavoro.

L’Italia è un Paese che prepara al meglio generazioni su generazioni di esperti e professionisti, per farli andare all’estero. Non può che essere un abietto disegno per far sì che vada in questo modo. “Cultura” con la C maiuscola è un concetto astratto che in Italia vale meno di zero. Siamo tartassati da slogan e da fantomatici “grandi progetti”, come se il nostro patrimonio culturale comprendesse soltanto il Colosseo, Pompei e gli Uffizi, quando poi ai quattro angoli del bel paese biblioteche e musei sistematicamente chiudono, siti archeologici marciscono nell’incuria o vengono distrutti, castelli e mura crollano, e migliaia di beni vanno clandestinamente all’estero.

La Cultura assume sempre più toni elitari in stile Sette-Ottocento, quando era appannaggio di facoltosi aristocratici che “potevano permetterselo”. “Beni culturali petrolio dell’Italia” è l’antesignano di “con la cultura non si mangia”. Con buona pace dei 19.540 esperti.

Carlo Veca*

*Archeologo freelance – Ricercatore indipendente


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