Jules Garage

Goodbye Mr. Rock’n’roll (parte I)

L’obiettivo che mi propongo con il post di esordio di questo nuovo Blog a quattro mani su musica e concerti (presto conoscerete la mia “collega”, pronta al debutto) è quello di farvi affrontare un viaggio all’interno della storia della musica Rock. Seguiremo un itinerario di 90 anni, ed il pilota che manovrerà il timone sarà una delle personalità più influenti ed importanti della storia della musica del XX secolo: sto parlando di Chuck Berry.

Questo viaggio parlerà di musica, di automobili e di problemi con la legge, questo viaggio parlerà di come un nero con una chitarra in mano saltellando come un pazzo sul palco, abbia scavalcato le divisioni razziali e le lotte di classe, ed abbia unito prima l’America e poi il mondo facendoci ballare tutti quanti insieme senza preoccuparci del colore della nostra pelle. Allacciamo le cinture e prepariamoci a partire.

Un viaggio per essere tale deve avere un punto di partenza, ed il nostro inizia a St. Louis la più grande area metropolitana tra i due fiumi, il Missouri e il Mississippi. Culla del ragtime del jazz e del blues, la stessa città che ospita i natali di un tipo sconosciuto di nome “Miles Davis”, città aperta agli stili ed alle nuove influenze che si preparava ad accendere la miccia ad una delle bombe musicali più forti di sempre. Gli ingredienti sono una mistura perfetta di country bianco e blues di colore, e risuoneranno in tutte le radio delle città. Un genere musicale orgasmico e sovversivo che, nonostante consacrerà universalmente come suo “Re” un ragazzo di Tupelo, a detta di molti troverà in un chitarrista di colore il suo principale inventore ed innovatore. È sempre difficile in queste situazioni stabilire chi sia stato il primo o l’inventore di un genere, e solitamente è una decisione che segue più la preferenza di chi ne parla piuttosto che una valutazione vera e propria, ma a prescindere dal fatto che l’abbia inventato lui o meno, Chuck Berry fu sicuramente il primo vero compositore del rock’n’roll. Il primo grande chitarrista, il primo ed uno dei suoi più importanti poeti.

Per raccontare la sua vita tra musica, arresti, cadute ed eccessi non basterebbe un libro, ma sicuramente la sua discografia è stata come una gigantesca banca del seme, destinata a fecondare ed influenzare le innumerevoli personalità del rock per vari decenni a seguire, perché una cosa è certa: chiunque abbia deciso di fare del rock la sua professione deve qualcosa a Charles Edward Anderson Berry.

Chuck nasce a Elleardsville nell’ottobre del 1926, terzo di cinque fratelli, suo padre fa il carpentiere, sua mamma manda avanti la baracca con i piccoletti. All’età di sei anni entra nel coro della Antioch Baptist Church ed ha il suo primo incontro ravvicinato con il più classico e liturgico gospel. Con il passare degli anni l’adolescente Charles dimostra fin da subito una predisposizione alla metrica musicale, ed un amore per la chitarra.

Nonostante le premesse siano delle migliori e la famiglia sia anche discretamente benestante, la prima brusca piega nella vita di Chuck non è data dalla musica ma da un’arresto per una rapina a Kansas City con gli amici e la condanna sarà di dieci anni al riformatorio di Algoa. Questo sarà il primo di una lunga serie di problemi con la legge che accompagneranno Chuck durante tutta la sua vita.
 Berry è fortunato ed esce di prigione nel mese del suo compleanno del ’47, e l’anno successivo, dopo averla sposata, Themetta Suggs mette al mondo la sua prima figlia, Ingrid.

Nella testa di Berry iniziano a delinearsi i cardini della musica che più lo rappresenta. Ama il blues di “T-Bone Walker” e “Louis Jordan”, il jazz di “Nat King Cole” e il country di “Hank Williams”, e nel 1952 insieme a “Johnnie Johnson” al piano e “Ebby Hardy” alla batteria, inizierà ad esibirsi stabilmente al Cosmopolitan Club. Ed è da questo momento che il chitarrista di colore del Chuck Berry Trio inizia a compiere il miracolo musicale più grande di sempre. Infatti quel mix di country e blues valicherà le divisioni razziali tra bianchi e neri, le abbatterà e metterà tutti d’accordo, stava nascendo una stella.

La svolta per la carriera di Chuck arriva nel ’55 quando ad un concerto a Chicago di un certo “Muddy Waters” riceve proprio dalla leggenda del blues il consiglio di bussare alle porte della Chess Records, e in quel momento il proprietario Leonard Chess in persona lo invita a tornare a St. Louis per realizzare una demo dei suoi brani originali. Ovviamente Berry colse al volo l’opportunità ed insieme ai suoi fidi compagni registrò un pugno di brani che aveva già in testa.

Tra tutti, quello che stuzzicò l’attenzione di Leonard Chess fu “Ida May” che parlava di sesso ed automobili. Il brano venne registrato nel maggio del ’55 con Willie Dixon al contrabbasso e fu rinomato “Maybellene”. 
Il successo del pezzo grazie al suo ritmo rockabilly fu pazzesco e scalò tutte le classifiche degli States, e permise a Chuck di essere inserito nella colonna sonora del film “Rock, Rock, Rock”. Dal film diretto da Will Price venne tratto l’omonimo album prodotto ovviamente dalla Chess nel 1956 che è fondamentalmente considerato il primo album ufficiale della carriera di Berry. Con solo quattro tracce Berry rivoluzionerà il concetto di musica del tempo, c’è la metafora sessuale di “Maybellene” che con un assolo di chitarra sconquassa il country più tradizionale e si lega alla perfezione con il beat di “Thirty Days”, brano in onore dei tempi del riformatorio. I tempi ottenuti da Chuck sono frenetici e inusuali per il periodo, come nel boogie di “You Can’t Catch Me”.

Ma i tre brani aprono la strada al vero capolavoro, uno dei pezzi in assoluto più famosi di Chuck, “Roll Over Beethoven”, caratterizzato dal suo riff immortale, un pezzo rivoluzionario ed iconico che diventerà appunto un manifesto musicale di Berry. In America sta scoppiando una bomba e Leonard Chess ha in mano l’innesco che si chiama Chuck Berry. Il ragazzo di St. Louis nel frattempo inizia a dar vita a degli elementi fondamentali che diventeranno nel corso degli anni simboli rappresentativi della sua figura, è il 1956 infatti quando al “Brooklyn Paramount Theater” Chuck si esibirà per la prima volta con la sua leggendaria “Duck Walk”.

Adesso gli manca una cosa sola: un suo personale LP. E questo non tarda ad arrivare, è infatti il ’57 quando esce “After School Sessions”, primo vero capolavoro di Chuck. Gli ingredienti sono ormai chiari, un mix perfetto di Blues e Country, che prende un nome ben chiaro: rock’n’roll. Siamo alla fine degli anni ’50 ed inizia una lista interminabile di esibizioni dal vivo dove il connubio perfetto dato dal motore ritmico della coppia Dixon-Hardy è accompagnato alla perfezione dalle accelerate di Johnnie Johnson al piano, e Chuck inizia a volare ad alta quota. 
Ma come si suol dire c’è sempre l’altra faccia della medaglia, perché la macchina perfetta della band di Chuck ha un grosso problema di fondo: la tendenza degli altri membri ad abusare di alcol. Così Chuck inizia ad andare in tour da solo accompagnato volta per volta da musicisti locali, ma può comunque permetterselo perché lui è l’idolo delle folle. Ma, “ehi ragazzi!”, siamo sempre a fine anni ’50 ed un chitarrista di colore idolo delle folle per la nazione a stelle e strisce è difficile da accettare.

Ma, nonostante l’inizio di una querelle con la legge cominciata nel giugno del ’58 con un arresto per possesso illegale di arma da fuoco Chuck, decide di non mandarle a dire a nessuno e pubblica il suo secondo album che già dal titolo è tutto un programma: “Chuck Berry Is On Top” (Chess, 1959). Con quest’album Berry raggiunge davvero la sua vetta personale più alta, siglando probabilmente in maniera definitiva la nascita di uno dei più importanti generi musicali generazionali. L’album contiene dodici tracce, tra cui le già ascoltate Maybellene e Roll Over Beethoven, ma il problema per le altre undici tracce che compongono l’album è che si inchinano di fronte ad uno dei più grandi capolavori della storia del rock. Blues e swing che accompagnano la voglia di emancipazione del teenager americano, un “country boy” che sogna di diventare una stella. Ovviamente sto parlando dell’immortale “Johnny B. Goode”, la quintessenza del r’n’r , probabilmente il primo brano in assoluto a realizzare due cose benissimo contemporaneamente: raccontare una storia e presentare un assolo di chitarra capace di far ballare anche i muri.

Siamo nel ’59 e Berry sembra il nuovo messia del rock, ma purtroppo la vita di Berry sta per prendere un’altra brusca curva non dipendente dalla musica. Berry verrà accusato di sfruttamento della prostituzione e trasporto di minori tra Stati, a causa di una ragazza di origini apache di nome Janice. Chuck dopo essersene invaghito la inviterà a lavorare nel suo locale convinto che avesse vent’anni ma purtroppo scoprirà a sue spese che in realtà era appena una quattordicenne. Saranno tre lunghi anni dietro le sbarre. (CONTINUA PARTE II)

(Foto in evidenza: https://68.media.tumblr.com)


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