Jules Garage

Goodbye Mr. Rock’n’roll (parte II)

(SEGUE PARTE I) Siamo nell’ottobre del ’63 quando Berry esce di prigione e scopre con suo grandissimo stupore che il mondo della musica non si è assolutamente dimenticato di lui. Questo soprattutto grazie a molti suoi figli adottivi come Keith Richards e John Lennon, membri di due gruppi a caso, che negli anni ’60 dal vecchio continente, più precisamente dal Paese di sua maestà la regina, stavano spiegando al mondo che l’Inghilterra voleva dire la sua in ambito musicale. I “Rolling Stones” pubblicano infatti nel giugno del ’63 il loro primissimo 45 giri nonché loro primo singolo, una cover della berriana “Come On”, nel frattempo i “Beatles” non avranno problemi ad ammettere di essere cresciuti a pane e riff di Chuck Berry. Parallelamente ai due gruppi britannici, i “Beach Boys” scalano le classifiche con “Surfin’ Usa”, rifacimento nemmeno troppo velato della “Sweet Little Sixteen” di Chuck. Insomma, Berry è ovunque!

Ma sono appunto gli anni ’60, il panorama musicale mondiale sta cambiando, l’impulso di novità ed emozioni originato da Berry aveva dato i suoi frutti, e Chuck ormai era una leggenda vivente, nonostante gli alti e bassi legali. Ma le mode musicali sono mutevoli, e nonostante il buon sano rock’n’roll di Berry venisse ancora apprezzato il rock si stava evolvendo. Gli anni ’60 vedranno nascere una miriade di sfaccettature musicali destinate a scrivere la storia così come aveva fatto lo stesso Chuck. È il ’67 quando un disco come “Strange Days” dei “The Doors” rivoluzionerà totalmente il concetto stesso di rock riempiendolo di poesia urbana e psichedelia. È sempre il ’67 quando una band oscura pubblica un album iconico con una grossa banana gialla in copertina, destinato a diventare una vera e propria opera d’arte. È sempre il ’67 quando un altro chitarrista di colore di nome Jimi Hendrix trasforma il riff in una creatura elettrica e sonica con l’album “Are You Experienced”.

Ma nonostante l’ondata di novità Chuck gode sempre di moltissima popolarità e ammirazione. E Mr. Rock’N’Roll lo sa che ancora può dire la sua e si diverte ad esibirsi in giro per il mondo rimanendo sempre se stesso, quel ragazzone di colore che balla sul palco come un matto. 
Gli anni ’60 e la moda Hippy volgono a termine e ci si affaccia nei ’70 con un denominatore comune, Berry fa ancora musica, Berry è ancora in piedi sopra il palco. I ’70 saranno i cosiddetti anni inglesi per Berry che grazie ad una lunghissima serie di live incendiari, tra tutti quello del ’73 all’Empire Stadium di Wembley insieme a Bill Haley, Jerry Lee Lewis e Little Richard vivrà una seconda giovinezza. Ok, non è il Chuck degli anni ’50 eppure quando sale sul palco succede ancora qualcosa di magico, il pubblico è eccitato ed in estasi, dimostrando al freddo mondo del business musicale cosa vuol dire il vero amore per la musica. Ma come ogni decennio che si rispetti anche alla fine degli anni ’70 Berry visiterà le carceri americane questa volta per quattro mesi, questa volta per evasione fiscale. Nel frattempo il mondo conoscerà l’ondata musicale del punk inglese che stravolgerà ancora un volta il concetto di musica rock.

Berry uscirà di prigione nel 1979 ed il suo manager organizzerà un concerto per festeggiare il ritorno sulle scene, dove appare purtroppo chiaro a tutti che l’inventore del rock ha finito la benzina creativa, al di là degli inossidabili ed immortali successi che mandano ancora in visibilio le folle. A Chuck non resta che godersi la sua fama diventata ormai leggenda, non gli restano che i concerti in giro per il mondo per dare la possibilità a tutti almeno una volta nella vita di vedere dal vivo l’inventore del rock in persona. Non è sicuramente roba da poco per avere quasi sessant’anni, ma consapevoli della persona di cui si sta parlando è difficile rassegnarsi all’idea che Chuck Berry sia orami relegato al ruolo di cimelio da esibire. Anche se lui dimostra di non curarsene più di tanto ed oltretutto è sempre capace di stupire anche alla sua età. È questo il caso del mega concerto/documentario “Hail! Hail! Rock And Roll” dell’’87 dove viene affidato il compito a Keith Richards di mettere in piedi uno spettacolo monumentale a St. Louis per festeggiare il sessantesimo compleanno di Chuck. E Chuck soffia sulle candeline come meglio non avrebbe potuto, accompagnato dallo stesso Keith, da un fantastico Eric Clapton, da un ritrovato Johnnie Johnson, da un magnifico Bobby Keys al sassofono, e grazie anche alla partecipazione di una irrefrenabile Etta James.

Siamo all’alba degli anni ’90, anni di rabbia e di rivoluzione, tre ragazzi provenienti dalla scena di Seattle scuoteranno il mondo con un album iconico come “Nevermind”, destinato a diventare un simbolo generazionale, stiamo parlando dei Nirvana. A più di sessant’anni sarebbe anche arrivato il momento di andare in pensione ma non per Chuck. Mentre la Chess Records pubblica una fantastica ed immensa raccolta “The Chess Years” nel ’91, lui continuerà a girare il mondo per altri 25 anni, a far ballare milioni di persone con il suono della sua chitarra.

Avrà ovviamente un altro importante guaio con la legge, quando nel 2001 “l’amico” e pianista di sempre Johnnie Johnson gli scaraventa addosso una causa legale per averlo estromesso con l’inganno dai credits di moltissime canzoni. Ma d’altronde il vecchio Berry è sempre stato attaccato al denaro e non ne ha fatto mai un mistero, di se stesso un giorno disse: “Non credo di essere speciale; niente a che vedere con l’espressione di Nat King Cole, la poesia di Maya Angelou o l’eleganza di Duke Ellington. La mia musica è molto semplice. Volevo suonare il blues ma non ero abbastanza ‘blue’. Non ero come Muddy Waters o altra gente che aveva veramente sofferto. In casa nostra non mancava il cibo in tavola ed eravamo benestanti rispetto a tante altre famiglie. Così mi sono concentrato sul divertimento, sull’allegria e sulle novità. Ho scritto di automobili perché una persona su due le possedeva. Ho scritto d’amore perché tutti vogliono l’amore. Ho scritto canzoni che i bianchi potessero comprare perché ciò mi avrebbe portato denaro. Era quello il mio scopo: guardare il mio estratto conto e vedere milioni di dollari”.

Qualche mese fa dopo aver compiuto 90 anni, l’inossidabile Berry ha annunciato un nuovo disco ed un nuovo tour mondiale. Purtroppo però anche le storie più belle hanno una fine, e l’inventore del rock non partirà mai per questo ultimo fantastico tour, ma rimarrà nella storia, solo per la voglia di farlo a 90 anni. Chuck Berry morirà il 18 marzo del 2017. Il rock perderà uno dei suoi padri fondatori, una delle sue pietre miliari. La sua scomparsa lascia un vuoto incolmabile nel mondo del rock. Senza i suoi riff, il modo di saltellare sul palco, le gambe “a spaccata”, i brevi assoli brucianti che sorreggono e sospingono i pezzi niente sarebbe stato lo stesso. Ma il gioco di chi è stato influenzato da Berry o il domandarsi se sia stato lui o meno l’inventore del rock, o di quante volte uno stesso artista ha rieseguito e saccheggiato il repertorio del musicista è privo di senso, perché chiunque venga dal rock gli deve qualcosa. Chuck Berry è stato il primo a fare assoli, a scrivere e cantare le proprie canzoni, a coreografarle con una presenza scenica che è divenuta il lessico fondante della musica pop/rock e il punto di partenza più o meno consapevole di tanti futuri musicisti.

Siamo giunti alla fine di questo lunghissimo viaggio, io spero di avervi allietato provando a raccontarvi una delle più belle ed importanti pagine della storia della musica rock, giunti a questo punto non mi resta che salutarvi e salutare colui a cui ovviamente dedico questo mio pezzo. Ciao Chuck, continua a suonare e ballare per noi.


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