Osservatorio Etna

L’Etna si risveglia, un nuovo software ne rivela i segreti

Dalla sera del 27 febbraio 2017 l’Etna è tornato a fare la voce grossa, attraverso una vigorosa attività stromboliana prodotta dal Nuovo Cratere di Sud-Est. L’eruzione è accompagnata dall’emissione di una piccola colata di lava che per il momento avanza lentamente, rimanendo confinata nei pressi dell’area craterica sommitale. Ma la storia insegna che studiando il passato si comprende meglio il presente e si può immaginare il futuro. Vale anche per i vulcani, ed è per questo che è stato elaborato il software FIERCE (FInding volcanic ERuptive CEnters by a grid-searching algorithm in R), che studia i dicchi magmatici dei vulcani.

Ma cos’è un dicco? Si tratta di magma che si è solidificato dentro antichi “camini vulcanici” e fratture della crosta terrestre. Dentro i vulcani, infatti, il magma si muove verso la superficie incuneandosi in fratture e condotti, fino a quando, se ha sufficiente pressione, erutta in superficie. Il magma che non riesce ad eruttare rimane “prigioniero” all’interno delle fratture e lì si raffredda lentamente, solidificandosi in dura roccia: è in questo modo che si sono formati i dicchi magmatici che osserviamo lungo le pareti erose dei vulcani, come nella Valle del Bove dell’Etna (vedi foto in evidenza) o nella Sciara del Fuoco di Stromboli.

Studiare i dicchi, quindi, significa analizzare il passato di un vulcano ed i suoi antichi “camini di alimentazione”, e si tratta di informazioni fondamentali per capirne l’evoluzione geologica. I vulcani, infatti, nel tempo crescono, si deformano, modificano la posizione delle loro camere magmatiche e dei condotti eruttivi. Ciò che noi vediamo oggi è solo l’ultima fase di una storia lunga e complessa. Studiando il passato, quindi, comprendiamo meglio l’attività eruttiva attuale come quella in corso e riusciamo ad immaginare quella futura.

Il problema è che i dicchi dei vulcani si trovano, per lo più, “dentro” i vulcani stessi, rimanendo invisibili ai nostri occhi. Nei rari casi in cui i dicchi affiorano in superficie, ciò avviene perché alcuni vulcani sono profondamente erosi, oppure perché franano, o perché esplodono e formano profonde caldere. Tutti questi processi possono mettere a nudo gli strati interni e profondi degli apparati vulcanici, esponendo piccole porzioni degli antichi sistemi di alimentazione magmatica e quindi anche i dicchi.

Per ricostruire come erano fatti questi antichi centri eruttivi è stato realizzato il software FIERCE, elaborato da un team di ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dell’Università di Udine e del Instituto de Bio y Geociencias del NOA (Argentina). Si tratta di un software liberamente utilizzabile dopo averlo richiesto gratuitamente agli autori, che è in grado di analizzare la disposizione geometrica dei dicchi, individuando la probabile posizione dei centri vulcanici che li hanno generati.

Il software è stato applicato a cinque vulcani dalle caratteristiche differenti: i vulcani ormai estinti ed erosi come il Summer Coon (Colorado, USA) e il Vicuña Pampa (Argentina), e poi l’Etna, lo Stromboli, ed il Somma-Vesuvio (in Italia), caratterizzati dal franamento di un loro fianco o da caldere. Il Summer Coon è risultato un vulcano alimentato esclusivamente da dicchi “radiali”, cioè convergenti in un unico centro eruttivo. Nel caso dell’Etna e del Somma-Vesuvio i dicchi indicano che i centri vulcanici più antichi avevano posizioni diverse rispetto al centro attuale. A Stromboli, invece, è risultato evidente che alcuni dicchi molto superficiali sono stati deviati dalla presenza di porzioni sepolte delle pareti della Sciara del Fuoco, mentre altri sono allineati secondo faglie tettoniche “regionali” profonde vari chilometri. Nel Vicuña Pampa, infine, il software ha individuato la posizione di due antichi centri eruttivi che hanno alimentato quel vulcano, nonostante l’erosione abbia smantellato quasi completamente l’apparato eruttivo rendendo irriconoscibili le fattezze di tali centri.

Marco Neri*

*Primo Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Sezione di Catania, Osservatorio Etneo

(Foto in evidenza: Marco Neri (sx), Michele Mammino (dx))


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