Jules Garage

Reportage dall’Ypsigrock festival, sogno indie di mezza estate

Esiste un posto in Sicilia dove uno dei panettoni più buoni d’Italia vive accanto a mura di pietra e musica, dove anziani signori suonano strumenti antichi fuori da uno storico bar e giovani con t-shirt ironiche sui Joy Division o inneggianti Gainsbourg fanno la fila per entrare in chiesa ad ascoltare musica elettronica, abbagliati da luci stroboscopiche. La birra scorre a fiumi e la Santa protettrice guarda tutto.

Castelbuono o Ypsigro (etimologicamente “zona fresca di media altitudine”) è un borgo medievale in provincia di Palermo. Ypsigrock è un festival musicale, giunto alla sua 21esima edizione, che ha scelto come palcoscenico il Castello di Castelbuono, le sue vie, pietre, ciottoli, abitanti.

È chiaro che Ypsigrock è un festival siculo. I concerti, quest’anno dal 10 al 13 agosto, iniziano per le 17:00 al chiostro di San Francesco, tra i canonici ritardi di 10-15 minuti, ci si può spostare nella Chiesa del Crocifisso per assistere ad altri live, inerpicandosi tra viuzze in salita accompagnati dalla banda del paese, per l’occasione rigorosamente in rosa, avendo poi il tempo di accaparrarsi posti buoni per i concerti del Castello, potendo anche passare a prendere al volo una pizza da mangiare dentro una volta passati i controlli. Insomma la filosofia del “take it slowly” impera.

Quest’anno, per la prima volta, io e fidanzato ci siamo resi conto di essere delle persone più adulte e non più avvezze al campeggio (il festival mette infatti a disposizione un camping nelle Madonie, il celeberrimo Ypsicamping, dove bagni chimici, birra, panini con la salsiccia e tanto “facciamo amicizia nel momento del disagio” la fanno da padrone), ripiegando su un appartamento in centro. Appena entrati ci risuonava in testa solo una voce, Jep Gambardella, di sorrentiniana memoria, “l’odore della casa dei vecchi”, per di più non c’era un frigo, cucina, acqua. Ma questa è un’altra storia.

Prima di passare ai live, tenevo a sottolineare un aspetto, punto focale al fine di capire fino in fondo l’atmosfera unica dell’Ypsigrock: non è soltanto un festival musicale, lo è senza dubbio, ma non è solo quello. In quei 4 giorni si riversano per le strade di Castelbuono tutti coloro che hanno in qualche modo a che fare con la musica, in Sicilia e non. Diventa sostanzialmente una sorta di fiera della musica indipendente. Lo vogliamo chiamare showbiz? Mah. Comunque ci sono tutti: dal componente di un gruppo inedito locale che tenta l’approccio con un responsabile di un’agenzia booking, al produttore palermitano, all’artista che “ce l’ha fatta” a livello nazionale e quindi s’atteggia e se ne va in giro con una ragazza molto più piacente di lui, all’organizzatore di eventi che riesce a vendersi meglio di Don Draper in Mad Men, ragazze che tentano di abbordare qualche artistucolo locale, gente che non s’è capito che mestiere svolge, ma di base sta lì e lo pagano pure. Una passerella umana che, seppur ne parlo in modo sprezzante, mi piace da morire.

Giorno 1. Tra vari isterismi siamo fuori dal nostro alloggio per le 19:00, saltando clamorosamente i concerti del Chiostro, ma in tempo per una birra al Cycas e poi via alla Chiesa del Crocifisso per ascoltare HAN. Giovane emergente che fa musica che potresti ascoltare in filodiffusione da Pull and Bear mentre compri vestiti per andare ad Ypsigrock per ascoltare HAN, solo che in quella chiesa faceva caldo, molto caldo, da Pull and Bear no.

Via di corsa al Castello. Inauguriamo il weekend salsiccia e birra con un panino salsiccia, cipolla e birra, ma non nel panino, la birra a parte. Ci perdiamo il concerto dei Cabbage e dei Preoccupations, ascoltiamo i Ride, che calano il sipario sulla prima serata dell’Ypsigrock. Shoegaze professionale ed ineccepibile, secondo me e consorte.

Giorno 2. Siamo rassegnati. L’appartamento in cui vivremo per i prossimi due giorni è triste e vecchio. Ci svegliamo presto e andiamo a Cefalù, per dimenticare.

Alle 17:00 siamo già al Chiostro per i concerti del pomeriggio. È il momento, dopo Estel Luz, di Adam Naas, ventiquattrenne francese che propone un soul-pop intenso, affascinante e nostalgico. Mi rapisce. Mi conquista del tutto quando uno dei suoi brani mi ricorda tanto una Lana Del Rey dei tempi che furono. Applausi e birra. “Let’s have a drink and… die”.

Via di passaggio alla Chiesa del Crocifisso. Gli Amnesia Scanner propongono un’esperienza visiva e sonora fatta di strobo e musica quasi da rave. Usciamo da lì colpiti e confusi. Mi soffermo su due vecchine locali che a braccetto l’una all’altra guardavano versa la Chiesa e spero con tutto il cuore che entrino, sono sicura ne uscirebbero ringiovanite e con i capelli dritti.

La line up della seconda serata di concerti al Castello è variegata. Rompe il ghiaccio Christaux, a lui l’onere di iniziare il concerto con una piazza ancora vuota. Una delle anime di Iori’s Eyes (l’altra era Sofia, attuale LIM), Christaux non mi convince. Ma tanto a te che te frega? La critica ti osanna, la Tempesta Dischi ti distribuisce il disco, Mario Conte te lo produce.

A seguire il super live dei Beak>. Ironia inglese, mista a precisione, professionalità, psichedelia e straniamento, al servizio di strumenti “suonati per davvero” (come tengono a precisare loro stessi, con una punta di sarcasmo). AH, non lo so in quanti ce ne siamo accorti ma uno dei Beak> è uno dei Portishead, cioè lui, Geoff Barrow.

A seguire, in una mezza cacofonia visiva e sonora ecco che sbarcano ad Ypsigrock i rapper, ossia Rejjie Snow. Nonostante la ritrosia iniziale, qualche brano e qualche “How are you Sicily” dopo eravamo tutti lì, con un braccio alzato ad atteggiarci a piccoli gangster del Bronx, cose che Nicky Minaj levate proprio.

Chiudono la serata i Digitalism e lì iniziamo a ballare, tutti, indistintamente. A parte il mio compagno di viaggio che preferiva starsene a braccia conserte.

Giorno 3. Terzo e ultimo giorno di concerti. Al Chiostro inizia il live dei Bobbypin, a seguire i Klangstof, giovani olandesi emergenti, tutti vestiti di nero ma con i volti allegri e simpatici, mettono d’accordo praticamente tutti. Il live è sold out.

Sul finire dei concerti al Chiostro ci perdiamo il live in Chiesa della neozelandese Aldous Harding, ci dicono che è uno dei migliori live dell’intero festival. Noi l’abbiam passato in fila per entrare al Castello (dopo i fatti di Torino la normativa sui concerti è molto più restrittiva, i controlli più pressanti). Entriamo e becchiamo dei posti decenti.

Ascoltiamo i Car Seat Headrest, a seguire i Cigarettes After Sex. Le sensazioni durante il live sono più o meno queste: ai primi due pezzi ti fanno venir voglia di trovare e poi abbracciare l’amore della tua vita, a terzo e quarto pezzo rivuoi i tuoi spazi e hai già voglia di prendere una pausa di riflessione, a metà concerto ti stanno sulle palle un po’ tutti e credi che in fin dei conti l’amore è un sentimento sopravvalutato, sul finire dormi ma di un sonno disturbato, alla fine è un sollievo. Ci si alza e si va a bere un orribile e superzuccherato pesca e Red Bull, così per sentirsi un po’ adolescenti e un po’ per dimenticare. Chiudono il festival i Beach House. Sono il nome più grosso, quello per cui molti hanno comprato il biglietto. Sono professionali, si vede e si sente, mantengono le aspettative e non c’erano dubbi. Dream-pop molto dreamy.

Fine dei concerti, fine dell’Ypsigrock. È sempre il momento più deprimente, l’ultimo gruppo ha suonato l’ultima nota dell’ultima canzone dell’ultimo programmato bis. La gente comincia a lasciare il Castello, qualcuno rimane lì seduto a contemplare i tecnici affaccendati sopra il palco, qualcuno è steso su un lettino della Misericordia, prontamente appena fuori la zona live, qualcun altro vomita, qualcuno pomicia, molti chiacchierano e si scambiano impressioni sui gruppi che hanno appena ascoltato. L’atmosfera è quella dell’ultima sera dell’ultimo giorno di vacanza. Quando non hai voglia di andare a letto perché sai che se chiudi gli occhi poi sarà giorno e allora sarà tutto finito, quindi tiri il più possibile, nonostante la stanchezza. L’indomani sarà troppo deprimente vedere il paese svuotarsi, la musica rallentare, quindi c’è ancora tempo per un’ultima birra.


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