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Bronzi di Riace, nuove indagini geochimiche rafforzano l’ipotesi siracusana

SIRACUSA – L’ipotesi che i Bronzi di Riace avessero avuto un’origine siciliana non è del tutto nuova. Ma la passione e la dedizione di un medico cultore della storia greca di Siracusa, adesso sostenute da nuove indagini geochimiche condotte da accademici, rafforzano la “pista” siracusana.

I primi a intraprenderla furono gli archeologi americani Robert Ross Holloway della Brown University e Anna Marguerite McCann, vincitrice dell’Aia Gold Medal 1998, prestigioso riconoscimento annuale assegnato dall’Archaelogical Institute of America. Quest’ultima propose di individuarvi i fratelli Gelone e Ierone, signori di Siracusa. Secondo Holloway, le concrezioni di vasellame presente sulla superficie dei Bronzi (e assente nei fondali marini in cui vennero rinvenuti) era la prova che le statue furono inizialmente ritrovate altrove e solo dopo depositate a Riace per completare le operazioni clandestine di espatrio. L’originario affondamento dei Bronzi viene comunemente collegato ai trafugamenti di opere d’arte operato dai Romani ai danni delle città della Magna Grecia che conquistarono. E siccome il vasellame rinvenuto sui Bronzi risalirebbe alla media età ellenistica, Holloway giunse alla conclusione che i Bronzi furono prelevati dall’unica metropoli greca conquistata dai Romani nel terzo secolo a.C., ovvero Siracusa. La sua ipotesi però non ebbe seguito perché la nudità dei Bronzi di Riace si addice alle divinità, mentre Gelone e i suoi fratelli furono personaggi storici reali.

Tuttavia, una testimonianza, condivisa circa duemila anni fa da Diodoro Siculo (storico greco), Polieno (retore macedone) e Claudio Eliano (scrittore romano), sembrerebbe spiegare i motivi della nudità e ne individuerebbe l’identità nel gruppo scultoreo del “Re Gelone nudo”, un celebre monumento che ritraeva il signore di Siracusa senza vesti e nell’atto di consegnare le armi e la propria vita nelle mani del popolo dopo la vittoria di Imera contro i Cartaginesi, nella battaglia del 480 a.C.. Secondo Dione Crisostomo (di Prusa), questa celebre statua di Gelone nudo era circondata da altre due statue, verosimilmente i suoi fratelli, Ierone e Polizelo, che lo affiancarono nella battaglia di Imera. I dettagli anatomici del Bronzo B (Gelone), che appare colto nell’atto di deporre lancia e scudo, sono sorprendente simili alla descrizione che ne hanno fatto gli storici. Ed è altrettanto forte la somiglianza tra la testa del Bronzo B (in origine dotata di elmo corinzio e corintie kyne) e quella raffigurata in una moneta siracusana del quarto secolo a.C., dotata anch’essa di elmo corinzio e corintie kyne, elementi tipici dei condottieri siracusani e delle relative monete.

Le più recenti conoscenze archeometriche, però, sembrerebbero individuare in Argo l’origine delle terre di cottura presenti all’interno dei Bronzi, ma non delle terre sottese alle saldature, che sono del tutto differenti. I Bronzi, infatti, vennero realizzati a pezzi anatomici separati e poi assemblati nel luogo dove furono definitivamente collocati. Ebbene, le terre delle saldature, le uniche ritenute dalla più recente ipotesi davvero indicative del luogo di collocazione, sono risultate dal punto di vista geochimico comparabili con limi campionati nell’area siracusana.

Da qui la svolta delle indagini condotte dagli studiosi siciliani Anselmo Madeddu, medico esperto di storia e di bronzistica greca, e Rosolino Cirrincione, direttore del Dipartimento di Scienze biologiche, geologiche e ambientali dell’Università di Catania. I due studiosi, insieme all’équipe del dipartimento etneo, segnatamente Carmelo Monaco e Rosalda Punturo, d’intesa con Carmela Vaccaro dell’Università di Ferrara, hanno confrontato le caratteristiche geologiche delle terre delle saldature dei Bronzi di Riace (pubblicate dall’Istituto centrale del restauro) con quelle di diversi campioni prelevati in prossimità della foce del fiume Anapo a sud di Siracusa, riscontrando una sorprendente corrispondenza dei parametri geochimici.

Ciò che sorprende maggiormente – dichiarano in una nota congiunta Madeddu e Cirrincione, a nome dell’intera équipe – è la straordinaria corrispondenza dei contenuti di elementi in traccia tra le terre di saldatura e i campioni prelevati nell’area dell’Anapo. Si tratta di elementi considerati immobili dal punto di vista geochimico e dunque non modificabili da fattori esogeni e pertanto fortemente indicativi, così da diventarne una sorta di Dna, di codice genetico, che individua e distingue i vari tipi di litotipi argillosi. Ebbene, la composizione percentuale di questi elementi osservati nelle terre delle saldature dei Bronzi di Riace e in quelle oggetto del prelievo effettuato in questa precisa area del siracusano, sono pressoché identiche”.

L’altra grande novità è che i precedenti studi, come ad esempio quello della presunta origine argiva, erano stati condotti – aggiungono – sulla base di confronti con generiche carte geologiche e con approssimazioni non superiori al 70 per cento, mentre il nostro è stato per la prima volta condotto direttamente su campioni di terra, e a diversi livelli stratigrafici, procedura dunque scientificamente molto più attendibile”.

Dalla incredibile scoperta dei Bronzi, nel 1972 a 230 metri dalle coste di Riace Marina (Calabria), pertanto esposti al Museo archeologico nazionale di Reggio Calabria (vedi foto di copertina, dalla pagina facebook del Museo), sono rimasti avvolti nel mistero autori e provenienza. Tra le poche certezze, oltre al luogo di ritrovamento, v’è la datazione, essendo collocabili rispettivamente nel 460 e nel 430 a.C.. Il nuovo studio, di prossima pubblicazione su qualificate riviste scientifiche, contribuisce di certo ad accrescerne il fascino.


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