Floridia – E’ venuto a mancare ieri sera l’avv. Salvatore Failla già sindaco nel 1988 e nel 1992. Turi Failla così come avevano modo di chiamarlo gli amici aveva 67 anni e lascia la moglie Paola e le figli Rossella e Aurora. Con Salvatore Failla scompare uno dei figli più fervidi, miti e fecondi della comunità floridiana, una mente brillante, un poeta profondo e appassionato, un intellettuale colto, riservato, riflessivo; un politico rigoroso, serio, competente.
“Poeta e uomo di cultura – ci dichiara il semiologo Salvatore Sequenzia -, proveniente dalle rigorose scuole del PCI, l’avvocato Salvatore Failla è stato sindaco di Floridia per ben due mandati – nel 1988 e nel 1992 – e durante tutta la sua attività amministrativa è stato un garante del rispetto delle prerogative del consiglio comunale ed un convinto assertore del dialogo e della mediazione. All’amministrazione Failla si devono importanti iniziative nel campo dei servizi sociali e della cultura. Sarà la sua sindacatura del 1992 a traghettare la città durante le trasformazioni legislative e politiche introdotte dalla legge regionale n. 7 del 1992, che sancirà l’elezione diretta del sindaco, figura definitivamente slegata, nella peculiarità dell’esercizio della sua funzione di “governance” della città, dal consiglio comunale, quest’ultimo “riformato” a mero organo di indirizzo e di controllo dell’attività amministrativa della giunta. Salvatore Failla è stato sempre universalmente apprezzato per il suo equilibrio, per la sua riservatezza e per la sua coerenza, valori che profondeva nella sua professione, nel suo impegno politico e nell’esercizio della poesia, il mestiere “altro” che il Nostro ha professato, con lunga fedeltà, durante tutta la sua vita. Privato e pubblico, letteratura e politica, arte e vita – aggiunge Sequenzia -, realtà e poesia erano fusi in Failla in un bisogno incontenibile, inestinguibile di vivere, di leggere e di comprendere la realtà, la sua complessità, la sua irriducibilità a formule, schemi, etichette. Egli è stato un dei pochi poeti italiani contemporanei capaci di vivere un rapporto integrale con il mondo e di esercitare la propria coscienza critica nel campo delle questioni storiche, politiche e collettive, chiudendo – così – il cerchio della lirica novecentesca e assumendone tutti i migliori presupposti per poi superarli naturalmente, senza dissipazioni o compiacimenti, forzature metaletterarie o estenuazioni formali. Dalla raccolta Stagioni, pubblicata nel 1987 – che raccoglie versi composti fra il 1969 e il 1983 – sino alle ultime composizioni poetiche, emerge, nella poesia del Nostro, la capacità di inquadrare e selezionare la realtà, di dare un nome alle cose e di fondare su queste una dialettica fra vuoto e gremito, fra sgomento e speranza, fra negatività e salvazione, rinnovando il linguaggio poetico dal di dentro, attraverso l’uso di un italiano “orizzontale” ma estremamente pulito, terso, in cui una icasticità scarna ed essenziale prevale sulla musicalità e sul ritmo. Un rinnovamento, quello compiuto da Failla, che passa attraverso la conoscenza di nuovi territori formali e tematici e, in tal senso, come dicevo all’inizio, Failla chiude il cerchio della poesia novecentesca, assumendola e superandola. Il superamento più importante riguarda forse la postura dell’io: alla fedeltà per il canone modernista della rappresentazione indiretta di sé attraverso situazioni e personaggi -il correlativo di Eliot, gli oggetti di Montale – subentra il racconto privato, l’autobiografia, la capacità di parlare direttamente di sé in prima persona. La sua fittissima – continua – attività intellettuale di Failla era come segnata da una volontà e necessità di fare, di intervenire nel mondo, di toccarlo nelle forme cangianti e molteplici della vita culturale: intrecciando strettamente estetica e politica, in una ricerca di giustizia e di verità che si associava sempre al senso della precisione, della misura, quasi ad un bisogno di musica, di controllata intensità della parola e del gesto. Ma, accanto a tutto ciò, dentro a tutto ciò, si sentiva anche un’aspirazione a nascondere e a nascondersi, come a scostarsi dalle cose stesse: una sorta di garbo, di gentilezza d’altri tempi, di pudore, come se quella fittissima attività intellettuale, quella stessa passione per la letteratura e per la realtà arrivassero anche a pesare, rischiassero anche di opprimere e di portare fuori strada. Una simile contraddizione è di solito ignorata da quelli che restano del tutto immersi in un uso direttamente «politico» della cultura, che concepiscono gli atti intellettuali solo dal punto di vista della presenza, dell’effetto pubblico, dell’agire sul mondo: costoro, in realtà, non riescono più a riconoscere lo stesso mondo in cui sono immersi, finiscono per perdere le ragioni più profonde del proprio stesso fare, per far evaporare il senso stesso della cultura che intendono promuovere. Failla, invece, si è collocato nel cuore stesso di questa contraddizione, eternamente sospeso tra il proprio ruolo pubblico, la propria curiosità e disponibilità all’intervento, e tutto ciò che lo portava lontano, un punto di fuga verso qualche domanda senza risposta, verso desideri irrealizzati, verso disperazioni irrisolte, verso un definitivo non esserci. Lettore dall’orecchio acutissimo, spinto da una sapienza letteraria che sembrava entrata dentro il suo stesso corpo, dentro i suoi gesti e i suoi movimenti, Failla è stato anche un critico – letterario e d’arte – capace di sentire in profondità il senso della parola e della forma, di distinguere (cosa oggi sempre più rara) l’intensità e la forza vitale del linguaggio e delle figure dai suoi esiti più esteriori e provvisori, e ha saputo assumere dentro di sé le tracce della bellezza più sontuosa e lacerata. Poeta dell’inappartenenza, Failla ha espresso l’inquietudine di un’intera cultura e di più di una generazione nel passaggio del nuovo millennio. Rispetto alle rovine del passato e rispetto a quelle, altrettanto tremende, che si affacciano sulla scena del mondo, forse è la stessa poesia, sono coloro stessi che si occupano di poesia, a sentirsi come «abusivi», in una terribile estraneità, in una presenza come «di straforo». In questo senso, la poesia e l’opera di Salvatore Failla, specie con gli esiti così intensi degli ultimi anni, assume un grande rilievo storico: perché, forse, solo da una simile condizione di estraneità – di “inappartenenza” al ritmo cieco del mondo – può scaturire la passione e la luce di una ragione critica che lasci aperto lo spazio della speranza. Ed è questa la lezione vera d’arte e di vita che Salvatore Failla ha lasciato a noi tutti. Voglio salutarlo con le parole amare e splendenti delle sue “Stagioni”, un libro che ci ha educati all’amore per la poesia, per la scrittura, per l’arte, valori che hai condiviso con generazioni di Floridiani che lo hanno stimato e lo hanno voluto bene:
Il tarlo che ci nasce e nutriamo
non sappiamo a quale cielo ci conduce
Addio, Turi Failla, amico mio!
Bella e breve stagione è stata la tua vita.”.
Un altro ricordo che abbiamo raccolto è quello del sindaco di Floridia Orazio Scalorino che con commozione ci ha dichiarato: “ Turi Failla è stato un riferimento della sinistra floridiana. È sempre stato un uomo onesto e perbene. Un grande saggio che mi ha sempre dato i consigli giusti, sia durante la campagna elettorale sia nel corso del mio mandato. Con lui viene a mancare a me e alla mia generazione politica un punto di riferimento. Mi associo al dolore delle figlie Aurora e Rossella, della moglie Paola e del genero Ture Russo. Mi sento molto vicino alla famiglia Failla per tante ragioni, ma soprattutto per l’affetto e la stima profonda che mi lega a tutti loro. Per me oggi è una giornata triste. Sono stato uno dei primi ad accogliere questa amara notizia. …. “.
A cura di Salvatore Pappalardo
