SIRACUSA – “Cosa nostra è un fenomeno, e come tale ha un inizio e una fine”. Sostanzialmente, questa è la risposta che diede a una domanda sul fenomeno mafioso Giovanni Falcone, magistrato palermitano, ucciso nella strage di Capaci il 23 maggio 1992, di cui quest’anno ricorre il trentennale. Per la precisione, Falcone aveva detto: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”. La sostanziale parafrasi, riportata fra virgolette per rendere onore a Falcone, pur senza nominarlo, come per timore reverenziale verso un martire della lotta alla cupola mafiosa denominata Cosa nostra, è della scrittrice netina Maria Giovanna Mirano (nella foto), che la mette in bocca alla protagonista del suo terzo, denso romanzo dal titolo “Storia di una ribelle ‘nfame” (Leima edizioni).
Nell’epilogo del romanzo, la protagonista Maria Denaro scrive una lunga, lunghissima, lettera a un quotidiano siciliano per rivendicare il suo pieno diritto, lei, figlia e parente di mafiosi, di “scegliere la strada della giustizia” e di respingere fieramente l’attributo di ‘nfame, con cui era definita persino dalla propria madre dal momento della collaborazione con giudici e carabinieri. “Il vero ‘nfame – sottolinea con forza la “ribelle” – non è chi lotta per un mondo migliore, ma colui che per paura ed egoismo non combatte i mafiosi, divenendo colluso con chi, usando la forza, sottomette la vita degli altri”. Poco prima, aveva ammonito che per sconfiggere la mafia “ci vuole tempo e l’impegno di tutti. Soprattutto di chi conosce la mafia, perché la vive quotidianamente. Ma non è facile schierarsi dalla parte della legge”.
Maria Denaro lo sa con piena consapevolezza perché ha vissuto in un paesino dell’entroterra siciliano intessuto di mafiosità, perché figlia e sorella di piccoli mafiosi fatti uccidere da un capo mafioso più potente, innamorata e fidanzata di un picciotto al soldo del potente mafioso, addirittura pubblicamente ripudiata dalla madre con l’ingiurioso scottante appellativo di ‘nfame. Maria Denaro, alle soglie della maturità scolastica, spezza le catene che la legano all’ambiente mafioso, dopo il brutale omicidio del padre e del fratello, ma diventa cittadina matura nel rispetto della legge grazie al giudice Marco Caruso, “che l’aveva aiutata a non arrendersi, a essere forte e con coraggio a ribellarsi per respirare sempre il profumo della libertà”.
Con questo riferimento al “profumo della libertà”, si chiude il romanzo di Maria Giovanna Mirano, psicologa siciliana, che con questo romanzo ha voluto riscrivere la storia vera di Rita Atria, diciassettenne trapanese di Partanna che collaborò con un altro martire della lotta alla mafia, Paolo Borsellino, collega e amico di Giovanni Falcone, travolto dalla violenza mafiosa il 19 luglio di trent’anni fa, nella strage di via D’Amelio a Palermo. Una settimana dopo quella strage, Rita Atria si tolse la vita gettandosi dal sesto piano di un palazzo romano, dove viveva come reclusa nell’àmbito del servizio protezione testimoni.
Altri hanno pubblicato libri sulla vicenda dal tragico finale di Rita Atria. Maria Giovanna Mirano se n’è voluta distaccare e ha scritto un romanzo storico, che nel titolo ricorda la “Storia della colonna infame” di manzoniana memoria, in cui i nomi, pur essendo perspicui, sono di fantasia, in un contesto storico, ambientale, psicologico che ricorda i romanzi di Leonardo Sciascia. Per il rispetto della lingua, un italiano corrente, ma non sciatto né banale, né infarcito di forestierismi o dialettalismi, potremmo dire che Manzoni e Sciascia sono i modelli alti cui fa riferimento l’autrice. Nel romanzo della Mirano, Rita Atria, divenendo personaggio letterario come Maria Denaro, continua a vivere e a trasmettere “un profumo di libertà” che dovrebbe essere apprezzato da tutti, specialmente dai giovani e dai giovanissimi cui auguriamo di leggerlo con partecipazione emotiva e cognitiva, come abbiamo fatto noi.
Giorgio Càsole
