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Aggressioni ai docenti, Amici di San Patrignano Sicilia: “Non sono episodi casuali”

SIRACUSA – I recenti episodi di cronaca nazionale che hanno visto docenti vittime di aggressioni da parte di studenti riportano al centro del dibattito pubblico il tema del disagio giovanile e del ruolo educativo di famiglia, scuola e società. A intervenire con una riflessione è Eliana Chiavetta, presidente dell’associazione Amici di San Patrignano Sicilia, realtà con sede principale a Troina e centri d’ascolto attivi anche a Catania e Floridia, impegnata nella prevenzione delle dipendenze e del disagio tra i giovani.

L’intervento arriva mentre l’associazione sta completando il progetto “Ripensarsi: uno spazio di tregua per un racconto possibile”, finanziato dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri – Dipartimento per le Politiche contro la droga e le altre dipendenze, che ha coinvolto circa 1.200 studenti delle province di Enna, Catania e Siracusa.

Secondo Chiavetta, i casi di violenza verificatisi nelle scuole non possono essere considerati episodi isolati. “Tutte le volte che la cronaca – afferma – ci mette davanti a sconcertanti realtà, quali gli ultimi episodi di violenza da parte di minorenni nei confronti degli insegnanti, ci ricordiamo che stiamo vivendo una vera emergenza educativa che dovrebbe vederci tutti responsabili degli accadimenti che non rappresentano casualità“. “Dovremmo interrogarci, mettendoci in ascolto di un mondo giovanile che ha bisogno di un cambio di atteggiamento nei loro confronti – prosegue – Dovremmo insegnare attraverso gli esempi più che con i discorsi“.

Nella riflessione viene richiamata anche la necessità di recuperare relazioni autentiche in un contesto sociale sempre più influenzato dalla tecnologia. “Dovremmo ritrovare la “connessione” umana ancor prima di quella tecnologica e non vergognarci di praticarla – sottolinea Chiavetta – Dovremmo noi per primi ritrovare l’entusiasmo nella vita, ricominciare a sognare e credere in quei valori “antichi” che per tanto tempo quasi a vergognarci abbiamo messo da parte“.

In merito al rapporto tra educazione, limiti e gestione della sofferenza, afferma: “Dovremmo smetterla di avere paura di dire “no” o di evitare la sofferenza nei nostri ragazzi senza renderci conto che loro comunque la provano e non sapendo come affrontarla si rivolgono a stampelle esterne che portano ad una sofferenza ancor più grande“.

È giunto il momento che alle ormai accertate diagnosi vengano prescritte le cure che in quanto tali non sempre saranno indolori o facili ma soprattutto richiedono tempo e costanza – asserisce – Richiedono coerenza educativa tra tutti gli attori che a vario titolo dei giovani si occupano a partire dalla famiglia che deve ritrovare il proprio ruolo di guida educante“.

Da queste considerazioni è nato il progetto “Ripensarsi”, che ha affiancato alle attività di prevenzione uno sportello psicologico, incontri nelle classi e percorsi di rilevazione precoce del disagio giovanile. L’associazione definisce lo “spazio di tregua” come un luogo fisico e mentale nel quale i ragazzi possano esprimersi liberamente, un ambiente nel quale i giovani possano essere accompagnati da professionisti in un percorso di crescita personale. “Con l’aiuto di professionisti si è ascoltati, e accompagnati alla scoperta di sé stessi, ritrovando coraggio nelle proprie idee e nelle proprie aspirazioni“, aggiunge Chiavetta. “Lo spazio di tregua – chiarisce – è un luogo dove vengono messi da parte i cellulari e si ridà senso alla parola scritta o parlata, ai rapporti personali, al confronto e alle idee. E si ritrova il coraggio di essere più che di apparire“.

Abbiamo provato a dare una risposta tenuto conto della realtà che affrontiamo ogni giorno con il nostro impegno da volontari da un osservatorio privilegiato“, conclude la presidente dell’associazione, sottolineando come “uno spazio di tregua può rappresentare un luogo di rinascita che dovrebbe essere assunto come modello educativo e non solo una parentesi“.

Un messaggio che si chiude con un invito a guardare oltre le emergenze del momento e a investire su relazioni, ascolto e responsabilità condivisa: “Solo se riusciamo ad andare in controsenso in autostrada ritroveremo il coraggio di attraversare il tempo lasciando un Segno che è anche Sogno“.


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