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Floridia, mediazione umanistica, conferenza dell’associazione euromediterranea “Hannah Arendt”

FLORIDIA – Di “mediazione umanistica” si è parlato a Floridia, al Centro culturale “Ierna”, nel secondo degli incontri internazionali organizzati dall’Associazione Euromediterranea “Hannah Arendt”. Davanti a un folto pubblico, dopo i saluti della dottoressa Giuseppina Martinez, una delle due fondatrici del Centro “Ierna”, ha preso la parola padre don Giuseppe Di Rosa, che ha brevemente illustrato la figura e l’attività sociale dell’ospite d’onore, la professoressa Jacqueline Morineau. Dopo gli studi in Archeologia Classica, la Morineau si è specializzata in Numismatica Greca, divenendo ricercatrice al British Museum di Londra. Dalla sua conoscenza del mondo antico deriva gli strumenti essenziali per sviluppare un progetto di intervento “sociale” originale, fondato sulla mediazione e la formazione del mediatore (pregevole sintesi di quella esperienza è il libro del 2016 «La mediazione umanistica»). La Morineau ha fondato (1984) e dirige a Parigi, il CMFM – Centre de Médiation et de Formation à la Médiation, che riceve l’incarico (1984) di attuare il primo esperimento di mediazione penale per la procura del tribunale di Parigi. Il CMFM ha effettuato ad oggi, oltre 7000 mediazioni nei campi: penale, sociale, familiare, scolastico. Morineau ha progettato e realizzato, con il Patrocinio dell’UNESCO, un’esperienza pilota, condotta in scuole francesi ed è incaricata di un progetto di Mediazione per la Pace nei Balcani.

Il professor Paolo Fai ha poi tracciato un breve profilo, storico e concettuale, della parola “umanesimo” e dei suoi derivati, da “umanista” a “umanistico”, come sono venuti ad assumere il loro significato a partire dal IV secolo a.C. nelle riflessioni di pensatori come Isocrate, Aristippo, Stilpone, ma anche del commediografo Menandro, ai quali tutti si deve la scoperta dell’«anthropismós», cioè dell’«umanesimo», inteso come sintesi di “paidéia”, ‘cultura’, e di “philanthropía”, ‘amore per l’uomo’. Ma, perché quel concetto di “humanitas” dilagasse nella società e nella cultura dell’Europa, decisivo fu l’apporto degli scrittori latini, dal commediografo Terenzio, cui si deve la celebre frase “homo sum, humani nihil a me alienum puto”, ‘sono un uomo, perciò non ritengo estraneo a me niente che abbia a che fare con l’uomo’, al fondamentale Cicerone, attraverso le cui opere la parola “humanitas” giunse a Petrarca e, da lì, all’Umanesimo e al Rinascimento.

Fai ha però voluto sottolineare come più importante, per la tenuta di una società, sia l’umanesimo ‘umano’, quello caldeggiato da Terenzio, che riguarda i rapporti tra tutti gli uomini, senza distinzione di genere e di pelle, di età e di condizione sociale, «quel minimo di umanità per cui non c’è bisogno di nessuna speciale attitudine: il rispetto dell’uomo», come – sulla stessa linea di una densa riflessione di Michaìl Bakunin: «Il rispetto per se stessi va di pari passo col rispetto degli altri. Io sono un uomo libero solo in quanto riconosco l’umanità e la libertà di tutti gli uomini che mi circondano» – ammoniva, nello scritto «La scoperta dell’“umanità”», il filologo antinazista tedesco Bruno Snell, proprio all’indomani della fine dell’immane catastrofe mondiale scatenata dalla lucida follia del più inumano dei regimi totalitari del Novecento, il nazifascismo.

Jacqueline Morineau, una incantevole signora ottantacinquenne, ha poi illustrato, in perfetto italiano, la sua esperienza di mediatrice culturale, nata da una tragica vicenda che l’ha riguardata in prima persona: la morte, causata da un incidente automobilistico, del figlio. Perdonando l’uccisore del figlio, la Morineau ha cominciato dunque a sperimentare su di sé quel ruolo di mediazione, di ‘terzietà’, necessario per risolvere conflitti intrafamiliari, forse i più devastanti, e conflitti sociali, per non parlare delle guerre, sia tra popoli diversi, sia intestine (ancora più drammatiche e laceranti), con gli inevitabili strascichi di odio e vendetta. Essere mediatore per Morineau è divenire un “artigiano della pace”, non eccezionalmente, ma quotidianamente, in ogni situazione.
Il metodo umanistico di J. Morineau pone al centro di tutto la persona e i suoi valori più profondi, quelli che vengono raggiunti e feriti dal conflitto, ed opera affinché emergano e vengano conosciuti e ri-conosciuti anche dall’altro confliggente.

«La mediazione accoglie il disordine. È un momento, un luogo, in cui è possibile esprimere le nostre differenze e riconoscere quelle degli altri. È un incontro nel quale si scopre che i nostri conflitti non sono necessariamente distruttivi, ma possono essere anche generatori di un nuovo rapporto.» Per Morineau la mediazione segue il percorso della drammatizzazione greca: theoria (esposizione del vissuto, essere ascoltato senza essere giudicato), krisis (secondo passo verso la verità in cui si manifesta la vergogna e la fragilità dell’essere umano) e katharsis (incontro e riconciliazione). «I greci avevano avuto la bella idea di drammatizzare le situazioni e di metterle in scena come strumento di vita. La mediazione è la stessa cosa. La mediazione accoglie il dramma e conduce la sofferenza verso un altro livello. La guarigione può avvenire solo attraverso la cura dell’anima. Se non si raggiunge la dimensione più elevata è molto difficile trovare la pace».

Nella tragedia greca, il ruolo del mediatore è assunto da due parti: il pubblico, che apprende dalla scena, e il coro, che accompagna, sollecita, interroga gli attori. Queste sono precisamente le funzioni che Morineau attribuisce al mediatore contemporaneo, il quale deve sviluppare i propri strumenti e le proprie funzioni: lo specchio, che riceve e riflette le emozioni; il silenzio, che crea uno spazio vuoto per accoglierle; l’umiltà, che è per Morineau assenza di giudizio e volontà deliberata del mediatore di non fare nulla, per lasciare alle parti la capacità di essere; l’interrogare, che obbliga le parti a confrontarsi con le proprie ambiguità. Il parallelo che Morineau traccia tra la tragedia greca e la mediazione si rivela pertinente: l’azione tragica sulla scena tratta questioni d’amore, odio, onore, tradimento, ma anche la necessità che vengano riconosciuti i danni e le colpe. Queste stesse dimensioni si ritrovano nell’esercizio della mediazione, comparabile inoltre, per certi aspetti, ai rituali sacrificali delle società tradizionali.


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