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La svolta di Giovanni Falcone

SIRACUSA – Oggi, 23 maggio, ricorre il 25° anniversario della strage di Capaci, in cui vennero uccisi da Cosa Nostra il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro. Ricordiamo quella tragica data e in particolare Falcone, divenuto simbolo della lotta alla mafia e del riscatto del popolo siciliano, con un contributo di Marco Neri, blogger de La Gazzetta Siracusana.it.

Venticinque anni fa. Era quasi estate e faceva già caldo, avevo da poco compiuto il mio trentunesimo compleanno. Erano stati anni socialmente difficili, passati attraverso terrorismi ideologici violenti e divisivi, in una Sicilia occultamente condizionata dalla criminalità organizzata. Avevo vissuto quegli ultimi anni tra qualche speranza e numerose amarezze. Speranze che derivavano dall’impressione che anche la lotta alla mafia potesse essere combattuta e vinta. Amarezze per le innumerevoli volte che i telegiornali mostravano il volto meno nobile dell’Italia di allora: una sequela infinita, stancante, a tratti proprio odiosa, di “notizie” rivolte a screditare chi la lotta alla mafia la portava avanti con determinazione. Strategia di “menti raffinate”, come intuivano alcuni, quanto diaboliche.

Avevo la netta impressione che l’Italia fosse un paese tricolore, ma non come la sua bandiera dal classico verde-bianco-rosso, no. Era un tricolore composto dal bianco delle persone perbene, dal nero dei delinquenti e dal grigio degli indifferenti, di quelli che si voltavano dall’altra parte, che non si esponevano mai, che la guerra la facevano combattere agli altri. Il grigio era il colore infinitamente più rappresentato in quell’Italia supina. Il grigio è un colore che odio. Non si dovrebbero odiare i colori, ma io lo identifico proprio in quella colpevole indifferenza di allora, indifferenza oggi riciclata in mille apparenti arcobaleni scoloriti. Solo chi non vuole vedere non vede.

Giovanni Falcone è stato la Svolta. Per quello che ha saputo fare, per come lo ha fatto e per come ha concluso, suo malgrado, la sua esistenza terrena nel tritolo di Capaci, il 23 maggio 1992. Prima di lui, con lui e purtroppo anche dopo, sono morti in tanti nel servire lo Stato. Ma niente come la sua morte ha segnato tanto in profondità la coscienza collettiva. Indignazione, ribrezzo, orgoglio ritrovato. Il grigio è stato d’un colpo spazzato via.

Ricordo bene ancora adesso il moto di ribellione interiore nato da quelle immagini terribili diffuse continuamente da tutti i telegiornali. La ribellione era di certo rivolta contro gli autori materiali della strage, ma soprattutto verso quei politici, rappresentanti istituzionali, uomini dello Stato, che si intuivano contigui alla mafia e che avevano il coraggio di presentarsi ancora davanti ai microfoni, di apparire affranti, indignati e pronti a reagire “istituzionalmente” alla mafia stragista. Chissà perché, ma alcuni di quei volti mi sembravano tutt’altro che afflitti. C’erano facce smarrite, certo, visibilmente scosse dalla calca di gente tumultuosa e arrabbiata. Ma c’erano anche visi lugubri che celavano a stento un’indecifrabile smorfia, come di sollievo.

Dopo la strage di Capaci, si percepiva nell’aria un’esistenza dal fiato sospeso, in opprimente attesa. Doveva accadere ancora qualcosa, come poi è accaduto con Paolo Borsellino, anche lui ucciso insieme alla sua scorta dal tritolo terroristico-mafioso, cinquantasette giorni dopo la morte di Falcone. La prova del nove che certa classe dirigente era in larga parte “strutturalmente” collusa con la mafia e quindi incapace di difendere chi si esponeva nel combatterla. Lo sapevano tutti che le stragi sarebbero continuate, i bersagli erano assolutamente palesi, ma era come se una storia già scritta dovesse diventare definitivamente compiuta per potere dare i suoi frutti positivi. Un paradosso assurdo e crudele.

Nella storia contano le date ed il 23 maggio 1992 è entrata di diritto tra quelle più tragiche. Se oggi abbiamo ancora la possibilità di raccontare quello che accade attorno a noi, vuol dire che siamo ancora vivi. Ed è con un sentimento di leggero disagio che mi accorgo di questo, come se anche io avrei potuto fare di più, allora, per cambiare qualcosa, per non permettere che il cancro mafioso, ma soprattutto la collusione mafiosa solo in apparenza meno atroce, aggredisse tanto profondamente il nostro tessuto sociale. Provo vergogna, come Italiano, per quegli anni bui. Ma provo anche orgoglio, perché tutti coloro che si sono sacrificati rimanendo uccisi in quegli anni terribili erano Italiani, come me. Ed allora c’è speranza che il grigio non possa più prevalere.

Marco Neri


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