Osservatorio Etna

Sisma del 1990 in Sicilia orientale, un evento che scuote terra e coscienze

Sono passati quasi 26 anni dalla notte in cui gli abitanti della Sicilia orientale si sono accorti di vivere in un territorio ad alto rischio sismico. Alle 1.24 ora locale del 13 Dicembre 1990 un terremoto di magnitudo Mw 5.6 ha scosso violentemente il territorio siciliano, accompagnato da un forte boato e seguito da numerose repliche che perdurarono per diversi giorni. Il sisma è ricordato come il “terremoto di Santa Lucia” (il nome del santo venerato in quel giorno), o “di Carlentini“, o anche “di Augusta”. Tutte attribuzioni in qualche modo legittime, come vedremo, ma che hanno probabilmente contribuito a generare confusione ed ambiguità sulla localizzazione geografica del sisma, sulla sua reale energia e sulla ricaduta economica e sociale di questo devastante evento tellurico. Qui proveremo a mettere un po’ di ordine nei fatti accaduti, riflettendo, per quanto possibile “serenamente”, attorno a un terremoto che ancora oggi alimenta polemiche e qualche sospetto di troppo.

Magnitudo, ipocentro ed epicentro. Come si legge nel Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani, la scossa principale ha sprigionato un’energia di magnitudo Mw 5.6, localizzata in mare pochi chilometri al largo di Brucoli, ad una profondità ipocentrale di circa 10 chilometri. Sia l’epicentro del sisma, ubicato in mare e quindi decentrato rispetto alla Rete Sismica Nazionale, sia l’esiguo numero di stazioni sismiche allora esistenti, hanno reso più difficoltosi i calcoli di magnitudo e localizzazione. Ciò probabilmente spiega perché la “Magnitudo Momento” è stata valutata da alcuni scienziati fino a Mw 5.8, mentre la “Magnitudo Locale” è stata calcolata in ML 5.4 e la “Magnitudo Volume” in Mb 5.3 (una spiegazione sui diversi modi di calcolare la magnitudo si trova qui).

Intensità del sisma effettiva e “percepita”. L’intensità di un terremoto si misura in base agli effetti che esso produce sull’ambiente, sulle cose e sull’uomo ed è espressa in gradi (da 1 a 12) con la scala Mercalli. La scossa del 13 dicembre 1990 ha colpito oltre 250 località, principalmente tra le province di Siracusa e Catania. Sono stati dichiarati inagibili più di 7100 edifici pubblici e privati, con circa 15.000 sfollati. Il crollo di alcune palazzine a Carlentini ha causato 12 vittime, mentre altre 6 persone sono decedute per lo spavento e circa 300 sono rimaste ferite. La massima intensità del sisma (tra 7° e 8° grado) è stata registrata ad Augusta; tuttavia i lutti di Carlentini hanno determinato, nella percezione collettiva, lo “spostamento” dell’area più colpita da Augusta a Carlentini. Da qui nasce la doppia denominazione geografica dell’evento sismico, da alcuni indicato come terremoto “di Carlentini”, da altri come “di Augusta”.

Il ruolo dei terreni e la qualità dei manufatti. Il sisma ha danneggiato i manufatti del territorio in modo eterogeneo. I maggiori danni sono stati registrati dove gli edifici erano costruiti su terreni fortemente “compressibili” come argille e limi (ad esempio, nel rione “Borgata” ad Augusta), che hanno amplificato le onde sismiche. Danni rilevanti e crolli hanno anche subito edifici di qualità scadente o non costruiti secondo le normative antisismiche (a Carlentini), o vetusti per la loro età (come la Cattedrale di Noto e numerose altre chiese e palazzi barocchi del ‘700). In definitiva, il sisma ha evidenziato le carenze strutturali del patrimonio edilizio più antico, di quello non antisismico, nonché di quello realizzato senza tenere adeguatamente conto delle caratteristiche del substrato geologico. Il risultato finale ha mostrato un danno “a macchia di leopardo”, difficilmente decifrabile senza adeguate competenze tecniche e senza uno specifico studio, caso per caso, dell’immobile danneggiato e dei terreni presenti sotto le sue fondazioni.

Altri effetti sull’ambiente. Numerose frane hanno interessato l’area iblea. Fenomeni di liquefazione dei terreni hanno originato l’emersione di fanghi in superficie, come all’interno dello Stadio “Fontana” di Augusta. Un’onda anomala è stata osservata nel Porto Xifonio di Augusta, che ha sommerso la strada costiera in località “Granatello”. L’onda anomala è stata prodotta da una frana sottomarina avvenuta nei fondali antistanti Augusta e Brucoli, frana a sua volta innescata dalla scossa sismica.

Quale faglia ha generato il terremoto? È una faglia appartenente alla Scarpata Ibleo-Maltese, una complessa struttura tettonica molto pericolosa, che ha generato il più violento sisma (Mw 7.4) accaduto in Italia negli ultimi 1.000 anni, quello che nel 1693 ha devastato la Sicilia sud-orientale causando oltre 50.000 morti. Molte vittime sono state causate da un’onda anomala che ha colpito la costa tra Capo Passero e Catania e che ha raggiunto la rada di Augusta con un’altezza di circa 15 metri.

Impariamo dal passato ma guardiamo al futuro. In Sicilia sud-orientale la pericolosità sismica è molto elevata. Per questo motivo, è estremamente importante eseguire studi di microzonazione sismica, che consentirebbero di mappare il territorio evidenziando le zone maggiormente soggette all’amplificazione delle onde sismiche. Questa conoscenza aiuta i progettisti a realizzare costruzioni resistenti al “sisma di progetto”, cioè quel sisma che si immagina possa accadere in una determinata area ed in un certo periodo di tempo. L’esempio del rione “Borgata” di Augusta, più gravemente colpito dal sisma del 1990 rispetto ad altre zone, mostra in modo inequivocabile quanto sia importante conoscere bene le caratteristiche dei terreni, affinché le costruzioni edificate sopra di esso siano progettate in modo da resistere al terremoto, senza danneggiarsi e senza causare vittime né feriti.

Questa considerazione appare ancora più urgente se si osserva che la costa tra Augusta e Siracusa ospita uno dei poli petrolchimici più importanti del Mediterraneo. Per quanto possa apparire inopportuna la scelta, avvenuta a metà del secolo scorso, di realizzare una tale concentrazione industriale in una zona così altamente esposta al rischio sismico, rimane il fatto che questo enorme polo industriale oggi esiste. Ed occorre tenerne accuratamente conto nei piani di Protezione Civile di cui i Comuni del comprensorio siracusano devono dotarsi.

Marco Neri*

*Primo Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Sezione di Catania, Osservatorio Etneo


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