Osservatorio Etna

Tutto in un giorno: l’Etna ruggisce e la terra iblea trema. Ma è solo un caso (o quasi)

All’alba del 22 dicembre 2020 l’Etna produce la sua terza eruzione in dieci giorni; poche ore dopo, la terra trema, e forte, al largo della costa ragusana: Mw 4,4. Questi fenomeni sono collegati? Certamente no, almeno in modo diretto. L’Etna dista cento chilometri dall’area epicentrale del sisma, localizzata in mare a 15 chilometri di distanza dalla città di Vittoria. Impensabile, quindi, immaginare che il serbatoio magmatico etneo sia tanto grande da “scaldare” e deformare la crosta terrestre fino a raggiungere la costa ragusana. Eppure, si sa, eruzioni e terremoti, cioè vulcani e faglie sismogenetiche, sono due facce della stessa medaglia. Hanno un unico “genitore” che possiamo identificare nella geodinamica che governa l’intera Sicilia orientale, un genitore che fino a pochi milioni di anni fa ha alimentato enormi eruzioni vulcaniche sui Monti Iblei e che oggi alimenta l’Etna. Lo stesso genitore genera anche il movimento di imponenti faglie tettoniche, che sono fratture della crosta terrestre che si caricano fino al punto in cui si rompono, generando i terremoti.

Quindi l’eruzione etnea ed il sisma nel ragusano del 22 dicembre non sono fenomeni così distanti ed indipendenti come la geografia suggerirebbe. Fanno parte dell’unico contesto vulcano-tettonico che governa la Sicilia centro-meridionale, anche se con ogni probabilità è solo per caso che i due fenomeni sono avvenuti quasi contemporaneamente.

Sgombrato il campo da questi iniziali ma legittimi dubbi, vogliamo adesso dedicarci ad approfondire un po’ le recenti eruzioni etnee. Tre eruzioni in dieci giorni, fenomeni esplosivi ed effusivi che hanno generato fontane di lava, colate laviche e flussi piroclastici. Era da circa quattro anni che l’Etna non produceva eruzioni così violente, caratterizzate in particolare dalla formazione di imponenti colonne eruttive che si innalzano nel cielo fino ad oltre dieci chilometri di altezza. Fenomeni decisamente spettacolari, che i vulcanologi definiscono “sommitali” poiché il magma viene eruttato dalla cima del vulcano.

In genere, sono eruzioni non pericolose per le popolazioni etnee, poiché le colate laviche eruttate dalle bocche sommitali percorrono al massimo sei o sette chilometri e poi si fermano, raffreddandosi rapidamente, non riuscendo mai a raggiungere i centri abitati che sorgono numerosi sui fianchi del vulcano. Qualche rischio lo corrono le infrastrutture turistico-alberghiere poste a quota 1800 metri e le piste che conducono verso la cima del vulcano; queste ultime sono frequentemente sepolte dalle lave e devono essere continuamente ricostruite in luoghi che cambiano continuamente di forma e nella pendenza topografica, proprio a causa dell’accumulo di nuove colate laviche che sopra quota 2700 metri sono assai frequenti.

Dalla provincia aretusea le eruzioni dell’Etna si osservano bene, soprattutto quelle violente che generano colonne eruttive verticali alte chilometri. La cima del vulcano, infatti, dista appena 50-55 chilometri da Lentini o Brucoli, 60 km da Augusta e 75 km da Siracusa: in assenza di nuvole, l’Etna domina l’orizzonte settentrionale di queste città. Le eruzioni violente, quindi, si vedono, ma rimangono fenomeni vissuti senza particolari patemi d’animo dagli aretusei, che mai e poi mai possono temere che le colate laviche dell’Etna raggiungano i loro territori. Le eruzioni etnee rimangono, cioè, fenomeni lontani, da osservare con curiosità e senza alcuna preoccupazione particolare. Ma è proprio così?

È così se pensiamo alle colate laviche. Le più estese colate etnee, infatti, raggiungono al massimo 10-12 km di lunghezza e quindi non possono raggiungere il territorio siracusano. Le eruzioni intensamente esplosive, però, come quelle avvenute negli ultimi dieci giorni, generano colonne di gas, ceneri e lapilli alte molti chilometri, che in atmosfera si muovono rapidamente sotto la spinta del vento e che possono viaggiare e ricadere al suolo raggiungendo luoghi distanti centinaia di chilometri dalla bocca eruttiva. Le nubi eruttive rappresentano, quindi, un pericolo significativo per gli aeroplani, perché il materiale vulcanico in sospensione nell’aria può danneggiare le turbine fino a causare il blocco dei motori. Per tale motivo, esiste un preciso protocollo operativo tra l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia e le autorità aeronautiche ed aeroportuali, che porta alla chiusura temporanea di alcuni spazi aerei per evitare qualsiasi rischio per gli aeromobili.

Inoltre, un pericolo meno importante ma comunque reale è prodotto dalla cenere vulcanica che ricade al suolo e che rende le strade scivolose per il traffico veicolare, soprattutto quello su due ruote. La cenere vulcanica, poi, una volta che raggiunge il suolo viene nuovamente polverizzata e sollevata in aria dal passaggio delle automobili, inquinando un’aria che diventa temporaneamente insalubre per i polmoni e per gli occhi.

Insomma, quando l’Etna erutta in modo esplosivo ed il vento spira da Nord, lungo le strade aretusee un pizzico di attenzione in più non guasta.

Marco Neri*

*Primo Ricercatore, Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia – Sezione di Catania, Osservatorio Etneo

(In copertina: a sinistra, eruzione esplosiva ed effusiva del 22 dicembre 2020 (foto della Guida Vulcanologica Vincenzo Greco). A destra: epicentro del sisma Mw 4,4 del 22 dicembre 2020 localizzato dall’INGV)


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